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I figli non sono ostaggio dei genitori

(Relazione per convegno sull’affido paritetico alternato)


Ci sono frasi che non dovrebbero nemmeno essere necessarie.
Eppure, ancora oggi, dobbiamo dirlo con forza, con chiarezza, con responsabilità:


i figli non sono ostaggio dei genitori.


Non lo sono quando una relazione finisce.


Non lo sono quando il dolore prende il sopravvento.


Non lo sono quando la rabbia cerca un bersaglio.


E soprattutto, non lo sono quando gli adulti dimenticano di essere tali.


Quando una coppia si separa, si rompe un equilibrio, si frantuma una storia, si apre una ferita. È umano. È comprensibile. Ma ciò che non è accettabile è che quella ferita venga trasferita sui figli, trasformandoli in strumenti, in messaggeri, in alleati forzati di una guerra che non hanno scelto.


Un figlio non è una bandiera da piantare su un territorio.


Non è una prova da esibire in un’aula di tribunale.


Non è un premio da conquistare o da difendere.


Un figlio è una persona.


Una persona che ama entrambi i genitori, anche quando questi non si amano più.


Ed è qui che si misura la vera maturità di un adulto: nella capacità di separare il conflitto di coppia dalla responsabilità genitoriale.


Perché si può smettere di essere partner.


Ma non si smette mai di essere genitori.


L’affido paritetico alternato nasce proprio da questa consapevolezza: che il diritto del minore non è scegliere tra un genitore e l’altro, ma poterli avere entrambi. Non a metà, non in modo residuale, non come concessione. Ma pienamente, quotidianamente, nella continuità affettiva ed educativa.


Non si tratta di dividere il tempo come si divide un bene.


Si tratta di condividere la responsabilità di crescere un essere umano.


E questo richiede qualcosa che spesso è più difficile di qualsiasi decisione giudiziaria: richiede rispetto. Rispetto reciproco tra genitori. Rispetto per il ruolo dell’altro. Ma soprattutto rispetto per il figlio, per i suoi bisogni profondi, per la sua identità che è fatta di entrambe le sue radici.


Ogni volta che un genitore parla male dell’altro davanti a un figlio, quel figlio viene diviso dentro.
Ogni volta che gli viene chiesto, anche implicitamente, “da che parte stai”, quel figlio perde qualcosa: perde la libertà di amare senza sensi di colpa.


E un bambino che deve scegliere tra mamma e papà è un bambino che perde comunque.


L’affido paritetico non è una formula matematica. Non è rigidità. Non è automatismo. È un principio culturale prima ancora che giuridico: il principio della bigenitorialità reale.


Significa riconoscere che entrambi i genitori sono necessari.


Significa uscire dalla logica del “genitore prevalente” e del “genitore visitatore”.


Significa restituire ai figli il diritto a una relazione equilibrata, continuativa e significativa con entrambi.


Naturalmente, questo richiede competenza, supporto, mediazione. Richiede istituzioni capaci di accompagnare le famiglie, professionisti formati, giudici sensibili. Ma soprattutto richiede un cambiamento profondo: smettere di pensare ai figli come oggetti del conflitto e iniziare a vederli come soggetti titolari di diritti.


Perché i figli non chiedono genitori perfetti.


Chiedono genitori responsabili.


Chiedono di non essere usati per ferire l’altro.


Chiedono di non essere caricati di pesi che non appartengono alla loro età.


Chiedono di poter continuare ad amare, senza paura.


E allora, forse, la vera domanda non è quale sia il miglior modello di affido.


La vera domanda è: siamo pronti, come adulti, a mettere davvero i figli al centro?


Non a parole.


Non nei principi astratti.


Ma nelle scelte quotidiane, anche quelle più difficili.


Perché mettere al centro i figli significa, a volte, fare un passo indietro.


Significa rinunciare ad avere ragione per permettere a loro di stare bene.


Significa trasformare un conflitto in una responsabilità condivisa.


Se riusciremo in questo, allora sì, l’affido paritetico alternato non sarà solo una norma, ma una pratica viva, capace di generare equilibrio, continuità, serenità.

E soprattutto, restituiremo ai figli ciò che è loro per diritto:
non due metà di genitori, ma due genitori interi.


Liberi di amarli.
Liberi di essere amati.


Perché i figli non sono ostaggio dei genitori.


Sono il loro futuro.


E il futuro non si divide. Si protegge.


Così ho pensato alla “forma” dei provvedimenti che regolano la vita dei nostri figli e all’essenza che dovrebbe essere protetta.


Etimologia: “forma” ed “essenza”


La parola forma deriva dal latino forma, che indicava l’aspetto esteriore, la configurazione visibile, ciò che rende qualcosa riconoscibile. In filosofia, già con Aristotele, la forma è ciò che dà struttura alla materia, ciò che la organizza e la rende intelligibile.


La parola essenza, invece, deriva dal latino essentia, da esse (“essere”): è ciò che una cosa è davvero, nella sua natura più profonda, indipendentemente da come appare.

In termini semplici:


  • la forma è ciò che si vede e si definisce;

  • l’essenza è ciò che vive, si sente, si esperisce.



Il divario tra forma giuridica ed essenza della vita

Nel diritto – e in modo particolarmente evidente nei provvedimenti che riguardano i minori – la forma è rappresentata dal provvedimento: un atto scritto, ordinato, motivato, costruito secondo categorie giuridiche, tempi, schemi.


Ma la vita delle persone, e soprattutto dei figli, appartiene all’essenza: è fluida, emotiva, relazionale, imprevedibile.


Ed è proprio qui che si apre una frattura che non possiamo ignorare.


Un provvedimento può essere formalmente impeccabile: equilibrato nei tempi, simmetrico nelle assegnazioni, coerente con la norma.
E tuttavia, può non aderire alla realtà vissuta.


Perché la vita non è simmetrica.


I legami non sono matematici.


I bisogni dei bambini non si distribuiscono in quote.


Il rischio è che la forma giuridica, nata per tutelare, finisca per cristallizzare ciò che invece è dinamico. Che trasformi relazioni vive in schemi rigidi. Che, nel tentativo di garantire equità, perda di vista l’autenticità.


In altre parole:
la forma può rappresentare l’essenza, ma non sempre riesce a contenerla.


Il punto critico nei provvedimenti sull’affido


Nel tema dell’affido paritetico alternato, questo divario diventa particolarmente delicato.


Quando il provvedimento si limita a riprodurre una parità formale – tempi uguali, spazi definiti, alternanza precisa – si rischia di confondere la giustizia con la simmetria.


Ma la giustizia, soprattutto quando riguarda i figli, non è mai solo distribuzione: è adeguatezza.


Adeguatezza alla storia di quella famiglia.


Adeguatezza all’età del minore.


Adeguatezza alla qualità delle relazioni.


Se la forma non riesce a dialogare con l’essenza, il provvedimento diventa una sorta di “contenitore vuoto”: corretto nella struttura, ma distante dalla vita reale.


Una responsabilità culturale prima che giuridica


Questo non significa rinunciare alla forma.
Il diritto ha bisogno di forma: senza forma non c’è tutela, non c’è certezza, non c’è limite.


Ma significa riconoscere che la forma deve restare strumento, non diventare fine.


Il compito più alto di chi redige, applica o interpreta un provvedimento è proprio questo:


ridurre la distanza tra forma ed essenza.


Ascoltare prima di decidere.


Comprendere prima di regolare.


Adattare prima di standardizzare.


Perché ogni volta che la forma si allontana troppo dall’essenza, accade qualcosa di silenzioso ma profondo:


le persone iniziano a non riconoscersi nelle decisioni che le riguardano.


E quando un figlio non si riconosce nel proprio assetto di vita imposto da un provvedimento, quella decisione – per quanto legittima – perde una parte della sua forza più importante: la capacità di essere davvero giusta.


Forse allora la vera sfida non è scegliere tra forma ed essenza, ma far sì che la forma sia una traduzione fedele dell’essenza, pur nella inevitabile imperfezione del linguaggio giuridico.


Perché il diritto, quando tocca la vita delle persone, non dovrebbe limitarsi a descriverla:
dovrebbe riuscire, per quanto possibile, a rispecchiarla.


E nel caso dei figli, questo non è un obiettivo tecnico.


È un dovere etico.


E se il punto non fosse adattare l’essenza alla forma, ma compiere il percorso inverso?


Se fossero i genitori – nella piena consapevolezza che i figli rappresentano il bene più prezioso – ad assumersi la responsabilità di modellare la forma sulla vita reale dei propri figli?


In questa prospettiva, la forma giuridica smette di essere un assetto predefinito da applicare e diventa ciò che dovrebbe essere nella sua espressione più autentica: uno strumento. Uno strumento al servizio della realtà, e non un contenitore dentro cui forzarla.


Questo implica un cambiamento profondo.
Significa passare da una logica di distribuzione a una logica di adeguatezza.
Non più “quanto tempo ciascun genitore deve avere”, ma “di cosa ha bisogno, davvero, questo figlio”.


Perché la parità, quando resta solo formale, rischia di diventare una semplificazione.
E la semplificazione, quando riguarda le relazioni umane, può trasformarsi in una forma di ingiustizia silenziosa.


La vera equità, invece, non è simmetria.


È capacità di leggere le differenze, di riconoscere i bisogni, di costruire risposte coerenti con la storia concreta di quella famiglia.


In questo senso, adattare la forma all’essenza non significa indebolire il diritto, ma elevarlo.


Significa restituirgli la sua funzione più alta: non quella di standardizzare la vita, ma di proteggerla nella sua complessità.


E questo passaggio non può essere imposto per legge.


Può essere solo assunto come responsabilità.


Perché nessun provvedimento potrà mai sostituire ciò che solo due genitori consapevoli possono fare:


mettere il figlio al centro, non come principio dichiarato, ma come criterio operativo di ogni scelta.


Quando questo accade, anche la forma cambia natura.


Non è più rigida, non è più difensiva, non è più terreno di rivendicazione.


Diventa flessibile, adattiva, coerente.

Diventa, in altre parole, una traduzione possibile dell’essenza.

Ed è forse proprio qui che si misura la maturità più alta della genitorialità:
non nella capacità di ottenere una posizione, ma nella disponibilità a costruire, insieme, una soluzione.


Perché i figli non hanno bisogno di genitori perfettamente uguali.
Hanno bisogno di genitori pienamente responsabili.


E la responsabilità, quando è autentica, non divide.


Costruisce.

 
 
 

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